Salvate gli ultimi cento levrieri sardi: sono a rischio estinzione». L’appello per valorizzare e rilanciare una specie che nell’isola affonda le radici in un passato remotissimo arriva da pochi allevatori e appassionati. Gli unici, o quasi, che conoscono l’esistenza di questa razza. Che, assieme ai veterinari e ai docenti universitari di Sassari, da tempo si battono anche per la tutela di altri esemplari tipici della Sardegna: i fonnesi e i molossi, cani gherradores, o da combattimento, come sono stati ribattezzati da molti.
Ma i levrieri fanno storia a sé. Risalgono con ogni probabilità a quasi tremila anni fa, all’epoca nella quale sono cominciati a sbarcare nell’isola i fenici. O forse sono giunti sulle nostre coste più tardi, sulle navi dei punici e dei cartaginesi, in fasi del periodo postnuragico datate comunque parecchi secoli prima della nascita di Cristo.
La somiglianza con quelli allevati dagli egiziani nell’antichità è ancora oggi sorprendente. Per capirlo basta osservare qualcuno degli animali scolpiti sui sarcofagi.
Nell’isola, comunque, gli ultimi cento superstiti con linee pure di discendenza sono principalmente di due varietà: una caratterizzata dal manto chiaro, l’altra dal pelo nero.
Della prima specie esistono poche decine di esemplari nella zona di Ploaghe. La seconda si è ambientata nel Sulcis-Iglesiente, oltre che in pochissime aree del Campidano e dell’Oristanese.